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CARMINE SCAFA 

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L'IGNORANZA NON E' MAI INNOQUA

Se c’è una cosa che preoccupa i manipolatori sociali è avere a che fare con persone informate, capaci di riconoscere le menzogne, elaborare un pensiero critico. Esercitare il proprio pensiero fuori dagli schemi ordinari è considerato, dal manipolatore sociale di turno che controlla abitudini e sorveglia comportamenti, un pericolo da reprimere.

Allo stesso modo avere una popolazione istruita, non è più, come in passato, un obiettivo da raggiungere, ma una minaccia da scongiurare in ogni modo. E allora non deve stupire che chi cavalca il populismo più becero, non chieda più scuole, più cultura, più informazione per tutti, ma rivendichi il diritto all’ignoranza, facendolo diventare un valore popolare da difendere, da contrapporre ai privilegiati che hanno studiato, che “dai comodi salotti delle loro abitazioni borghesi”, disquisiscono di ecologia, senso civico, minoranze e responsabilità sociale.

Una volta non era così. Quelli della mia generazione, nati negli anni cinquanta dello scorso secolo lo ricordano bene. Volevamo essere “creativi”. La contestazione giovanile nel mondo occidentale si basava sulla necessità di conoscere, per poter avere la forza di migliorare il mondo.

Avevamo la consapevolezza che solo la cultura estesa a tutte le classi sociali, potesse essere lo strumento più efficace per ottenere il risultato che ci prefiggevamo. La sfida era quale significato dare alla cultura che serviva a tale scopo. Non quella che ci veniva proposta dai ceti dominanti, da una visione della società che in senso dispregiativo chiamavamo “borghese” o “tradizionale”. Noi, giovani di allora, sentivamo l’esigenza di cambiare tutto: il modo di pensare, di comunicare fra noi, di vestirci, di ascoltare musica. Tra sogno e utopia, era una contestazione contro l’ideologia dominante che forse aveva più un valore estetico che politico. Volevamo segnare una svolta epocale, in parte ci riuscimmo, in parte fallimmo, ma avevamo ben chiaro che senza istruzione di massa, educazione sociale, comunicazione ed ambizione, quei sogni e quelle utopie non sarebbero mai diventate realtà. Erano condizioni necessarie, anche se poi la storia ha dimostrato non sufficienti. 

Eravamo consapevoli che bisognava studiare i nuovi strumenti che l’innovazione tecnologica dell’epoca ci proponeva, per renderli accessibili a tutti. Agli inizi degli anni settanta la Intel costruì il primo microprocessore della storia, progettato da un italiano, e cominciarono ad avere una diffusione di massa le prime calcolatrici elettroniche.

Anche il cinema ebbe una funzione importante per la crescita culturale della nostra generazione. La cosiddetta nuova Hollywood continuò la rivoluzione dell’industria cinematografica producendo i “colossal” dell’epoca (ricordo alcuni dei film più noti: “Lo squalo”; “Star Wars”; la saga de “Il padrino”; “L’Esorcista”, “Rocky”, “Superman”, “Il cacciatore”).

L’educazione culturale, la creatività, passavano anche attraverso nuove forme di musica, da quella pop al rock di origine anglosassone. La rivoluzione musicale della nostra epoca è stata un risultato irreversibile che ancora oggi ha un valore universale. Andate in un locale di una qualsiasi città, dove un gruppo musicale vi intrattiene mentre bevete una buona birra e consumate la vostra ordinazione, la musica che ascolterete è ancora il rock classico e “progressive” degli anni settanta dei Led Zeppelin, Pink Floyd, Queen, The Rolling Stones, Deep Purple, Genesis; oppure la “Disco” dei Bee Gees; ABBA; Donna Summer; oppure il “Soft Rock” di Elton John, Billy Joel, Eagles. Se non suonano gli anni settanta, vi sarà proposta la musica degli anni ottanta. Allora ascolterete brani pop di Michael Jackson, Prince o Madonna; musica elettronica dei “Depeche Mode” o dei “The Cure”; musica metal dei Metallica o dei “Iron Maiden”. Questi brani, incredibilmente, sono ancora colonna sonora di film, pubblicità e playlist moderne.

Anche il nuovo modo di vestire trasmetteva dei messaggi. Il trionfo dei colori, fiori enormi e disegni geometrici; pantaloni a vita alta e a zampa d’elefante. Le minigonne della stilista britannica Mary Quant che trasmettevano, anche come forme di provocazione ad una società patriarcale, il messaggio dell’emancipazione femminile. Anni della bandana tra i capelli e del cappellino “da baseball”, degli occhiali “Ray-Ban” a specchio come nei film “cult” dell’epoca. A tutto questo si affiancavano quelle piccole cose che ci accompagnavano ogni giorno e che oggi ricordo con un po' di nostalgia. L’odore della carta stampata di un libro; il giornale della mattina; la spesa dal salumiere sotto casa che ci conosceva per nome; le lunghe telefonate all’amico o alla fidanzatina da una di quelle cabine telefonica per strada, utilizzando il gettone telefonico; i balletti a casa di amici, aspettando il momento dei lenti per tentare i primi impacciati approcci con l’altro sesso; le serate del sabato passate a giocare al “Risiko” oppure al “Monopoli”. Un mondo di relazioni continue; la tecnologia con il suo strascico desertificante, era al di là dal venire.  

La necessità di comunicare fra noi giovani per conoscere, per informarsi, passò anche attraverso un fenomeno sociale inedito. Nacquero nuovi strumenti di comunicazione, destinati ad avere un impatto epocale sulla società: le televisioni e le radio “libere”, con le immancabili dediche, per superare il monopolio televisivo dell’epoca. Oggi, la chiameremmo il “mainstream” comunicativo.

Ovviamente, non ho intenzione di fare apologia di quei decenni che furono, anche duramente, segnati da avvenimenti tragici, soprattutto nel nostro paese. Il terrorismo, i sequestri di persone, la violenza politica, il consumismo che cominciò a diventare “cannibale”. Ma dobbiamo rivendicare alcuni risultati che hanno cambiato in meglio la società: per fare alcuni esempi, lo statuto dei lavoratori e, tra le conquiste sociali, anche i risultati dei referendum su divorzio e aborto. Il “filo rosso” che legava tutti questi avvenimenti era che l’istruzione e la cultura rappresentavano la chiave e la possibilità per conoscere e costruire poi una propria idea di mondo e di futuro, per creare innanzitutto la consapevolezza di sé, per poter scegliere e cambiare le cose.

Oggi, ci troviamo di fronte a un ribaltamento delle dinamiche sociali, ed è con queste che dobbiamo confrontarci. I partiti politici, che con risultati alterni, erano comunque stati dentro i processi sociali che caratterizzarono quei decenni, oggi sono solo dentro le istituzioni. Non sono più organizzatori di partecipazione.  In questo spazio lasciato libero si sono inseriti leader politici, capipopolo, che non si devono misurare con idee, progetti, risultati da conseguire, ma parlano ad un popolo indefinito che va conformato in rapporto ad un nemico, che chiunque esso sia “non è il popolo”. È una forma di populismo che non ha militanti, ma “influencer”, che sono in grado di condizionare i comportamenti e le scelte di un determinato pubblico.